Notule

 

 

(A cura di LORENZO L. BORGIA & ROBERTO COLONNA)

 

 

 

NOTE E NOTIZIE - Anno XXIII – 31 gennaio 2026.

Testi pubblicati sul sito www.brainmindlife.org della Società Nazionale di Neuroscienze “Brain, Mind & Life - Italia” (BM&L-Italia). Oltre a notizie o commenti relativi a fatti ed eventi rilevanti per la Società, la sezione “note e notizie” presenta settimanalmente lavori neuroscientifici selezionati fra quelli pubblicati o in corso di pubblicazione sulle maggiori riviste e il cui argomento è oggetto di studio dei soci componenti lo staff dei recensori della Commissione Scientifica della Società.

 

 

[Tipologia del testo: BREVI INFORMAZIONI]

 

Piezo1 è il sensore meccanico che lega l’esercizio fisico alla salute delle ossa. È conoscenza comune l’elenco dei benefici prodotti dalle attività ginnico-sportive, ma siamo solo agli inizi della conoscenza dei meccanismi che determinano la differenza tra un organismo allenato e un organismo sedentario. In precedenza abbiamo riportato che la citochina CLCF1 (cardiotrophin-like cytokine factor 1), che viene rilasciata dal muscolo durante l’esercizio fisico, promuove la differenziazione degli osteoblasti e inibisce la genesi di osteoclasti (Note e Notizie 20-09-25 Notule). Oggi riportiamo gli interessanti esiti di uno studio condotto da Baile Wang e colleghi.

L’esercizio motorio e l’attività fisica in generale generano sollecitazioni meccaniche rilevate dalle cellule meccanosensitive. Le cellule staminali mesenchimali del midollo osseo (BMMSC) possono differenziarsi sia in cellule adipose sia in osteoblasti e sono meccanosensitive. Il carico meccanico è implicato nella regolazione in vivo dell’adipogenesi del midollo osseo, ma il meccanismo mediante il quale l’esercizio motorio induce la differenziazione delle cellule BMMSC in osteoblasti invece che in adipociti finora non era stato stabilito. Wang e colleghi hanno identificato nella proteina meccanosensitiva Piezo1 la chiave di questa regolazione.

 Piezo1 è un canale cationico meccanosensitivo che, nelle BMMSC si è rivelato in grado di sopprimere l’adipogenesi del midollo osseo, prevenendo l’infiammazione locale e favorendo la differenziazione in osteoblasti e la formazione di osso.

Invalidando Piezo1 nelle BMMSC, si aveva un aumento dell’attivazione di CCR2 da parte di Ccl2, che induceva la produzione di Lcn2 (lipocalina-2) mediante l’attivazione di NF-KB, in tal modo promuovendo la differenziazione degli adipociti.

I risultati dello studio dimostrano che Piezo1 sopprime l’adipogenesi e rinforza l’osso prevenendo l’attivazione del loop autocrino infiammatorio, così rivelando un nesso tra meccanotrasduzione, infiammazione e destino differenziativo di cellule mesenchimali indifferenziate. (Cfr. Signal Transduction and Targeted Therapy – AOP doi: 10.1038/41392-025-02455-w, 2025).

 

Scoperto come l’olfatto influenza l’appetito agendo su neuroni del nucleo arcuato ipotalamico. Sappiamo che il senso dell’olfatto influenza notevolmente l’appetito alimentare: quanti profumi di prelibatezze gastronomiche o semplicemente dei cibi preferiti sono in grado di suscitare intenso desiderio? Al contrario accade, anche se più raramente, che stimoli olfattivi sgradevoli tolgano l’appetito. Conosciamo bene due popolazioni del nucleo arcuato dell’ipotalamo che regolano l’appetito, i neuroni AgRP (agouti-related peptide) che lo stimolano e i neuroni POMC (pro-oppiomelanocortina) che lo inibiscono, ma finora non è stato individuato il modo in cui l’olfatto ne influenza l’attività. Linda B. Buck, insignita con Richard Axel del Premio Nobel per le scoperte sui recettori dell’olfatto, ha coordinato uno studio che ha individuato varie vie che collegano la corteccia olfattiva ai neuroni AgRP e POMC. In particolare, questi neuroni ricevono impulsi indiretti derivati da diverse combinazioni di aree olfattive corticali, che elaborano in modo diverso i segnali prodotti dall’interazione delle molecole odorose con i recettori dell’olfatto.

I ricercatori hanno poi identificato anche dei neuroni complementari posti più direttamente a monte delle cellule AgRP e POMC, che possono trasmettere a questi neuroni regolatori dell’appetito segnali olfattivi provenienti dalla corteccia. [Cfr. PNAS USA – AOP doi: 10.1073/pnas.2524926123, January 13, 2026].

 

Come avviene la riparazione della mielina: è un processo reattivo in risposta al danno? I precursori degli oligodendrociti (OPC) sono cellule progenitrici gliali che si differenziano in oligodendrociti produttori di nuova mielina durante l’apprendimento e rigenerano la mielina perduta a causa di danno o malattia. Mironova e colleghi hanno studiato le dinamiche di differenziazione degli OPC nei topi, durante lo sviluppo, l’invecchiamento e dopo perdita di mielina per demielinizzazione o infiammazione. Lo studio ha dimostrato che i tentativi di differenziazione degli OPC avvengono continuamente a una frequenza costante, indipendentemente dalla richiesta di nuova mielina. Inoltre, la demielinizzazione non altera la frequenza di differenziazione degli OPC, indicando che questo processo è autonomo dalla cellula. [Cfr. Science – AOP doi: 10.1126/science.adu2896, 2026].

 

La perdita di sonno causa disfunzioni mieliniche responsabili di disturbi cognitivi e comportamentali. Le conseguenze fisiologiche e comportamentali della perdita di sonno sono ben note, ma si sa ancora poco delle loro basi neurobiologiche molecolari. Reyila Simayi e colleghi coordinati da Michele Bellesi hanno identificato gli oligodendrociti quali mediatori chiave tra deprivazione di sonno e perdita di integrità della mielina, con rallentamento della conduzione nervosa e deficit comportamentali. Uno squilibrio del colesterolo negli oligodendrociti emerge come nuovo meccanismo e via attraverso cui la perdita di sonno invalida la funzione mielinica e genera i sintomi. [Cfr. PNAS USA – AOP doi: 10.1073/pnas.2523438123, 2026].

 

Che cosa non va nel sistema LNM (lesion network mapping)? E perché è inaffidabile? LNM (lesion network mapping) è insieme un sistema e un metodo basato su neuroimmagine, che usa i dati normativi della connettività funzionale (FC) per trovare un collegamento tra alterazioni patologiche o funzionali e reti cerebrali implicate in patologie neurologiche e psichiatriche. Il sospetto sull’inefficacia del sistema LNM è venuto dal rilievo che spesso le reti identificate risultano quasi identiche in disturbi quali epilessia, dipendenza da sostanze psicotrope, psicosi e stati depressivi. Martijn P. van den Heuvel e colleghi coordinati da Luca Cocchi hanno scoperto la ragione: LNM compie un campionamento ripetitivo della stessa matrice FC, mappando set di cambiamenti locali (indipendentemente dal fatto che siano generati da lesioni del paziente, da alterazioni derivate da MRI, da sintesi o siano casuali) sulle stesse proprietà non specifiche dei dati FC normativi, producendo risultati simili a sé stessi, che riflettono solo la differenza con gli FC normativi in tutti i casi. [Cfr. Nature Neuroscience – AOP doi: 10.1038/s41593-025-02196-7, 2026].

 

L’intelligenza artificiale ha esteso l’impatto dei ricercatori ma ha ridotto la scienza. L’analisi di 41 milioni di studi ha rilevato che l’intelligenza artificiale (AI) ha favorito e accresciuto l’impatto individuale, ma ha notevolmente ridotto l’esplorazione scientifica collettiva. Lo studio, pubblicato su Nature, è la più grande analisi dell’impatto della AI sulla scienza mai effettuata fino ad oggi. I 41.000.000 di lavori scientifici esaminati sono stati pubblicati dal 1980 al 2025 e appartengono prevalentemente ai seguenti campi: medicina, biologia, chimica, fisica, geologia e scienze dei materiali.

Da quando uno strumento popolare di AI come ChatGPT ha acquistato credito nelle università e nelle grandi imprese, si sente ripetere questo ritornello: “L’intelligenza artificiale non ti sostituirà, ma qualcuno che usa l’intelligenza artificiale potrebbe”.

Lisa Messeri, antropologa culturale della Yale University ha così commentato: “Questi risultati suonano un campanello di allarme… la scienza non è altro che un’impresa collettiva”. [Fonte: Celina Zhao, Science – January 14, 2026].

 

Veronica, la mucca-prodigio che fa cambiare una nozione classica di cognizione animale. Veronika, una mucca svizzera dalle tenui tinte grigio-beige, sfata la comune assunzione che i bovini non sono in grado di adoperare strumenti e risolvere problemi: reggendo tra i denti uno spazzolone quale “strumento multi-uso” del tipo di quelli impiegati per la pulizia delle barche, ossia con un manico lungo come quelli delle scope, si esibisce in un video allegato da Antonio J. Osuna-Mascarò e Alice M. I. Auersperg al loro studio pubblicato su Current Biology. I due autori hanno registrato 76 diverse azioni auto-dirette in cui Veronika si spazzola il dorso, si gratta, si sfrega e stimola varie parti del corpo, sempre con cura e impegno. Si tratta della prima documentazione dell’uso di uno strumento da parte di un bovino. [Cfr. Current Biology 36 (2): PR44-R45, 2026].

 

Il Tirannosauro re (Tyrannosaurus rex) rimaneva in età dello sviluppo fino a 40 anni. Questo monarca del Cretaceo, iconico rappresentante dei dinosauri che da precedenti studi sulla stratificazione ossea si credeva giungesse alla taglia adulta intorno ai 25 anni, aveva invece un rallentamento dell’evoluzione nei successivi 15 anni e giungeva a 40 anni alle gigantesche dimensioni definitive, con un peso di circa 8 tonnellate, che ne faceva il più grande predatore terrestre mai apparso sul nostro pianeta. Una nuova analisi delle ossa degli arti inferiori, con nuovi metodi, nuovi criteri e uno straordinario campionamento di resti fossili di 17 Tirannosauri di tutte le età cominciato nel 2014, ha consentito di scoprire questa particolarità di un’infanzia e un’adolescenza lunghissime. Le dimensioni non definitive consentivano per tanti anni ai giovani di competere per il cibo con predatori di proporzioni minori e di gran lunga meno pericolosi. [Fonte: Jake Buehler, Science – January 14, 2026].

 

Avanzata negli USA una proposta di legge per sostituire gli animali nella ricerca scientifica. Si discute di una speciale legislazione in difesa degli animali presentata qualche settimana fa dai rappresentanti Jared Moskowitz, Jan Schakowsky e Shri Thanedar col titolo di Replace Animal Test Act (Replace Act, H. R. 6660) che, oltre a proporre una nuova regolazione restrittiva della sperimentazione animale, elenca metodi e tecniche che consentono di sostituire gli animali nei test di laboratorio, indicando anche soluzioni già in uso da molti anni anche in Italia. Come indica il titolo stesso del provvedimento, si tratta di sostituire, non più semplicemente di non far soffrire, gli animali usati ancora nella ricerca farmacologica per determinare tossicità, efficacia e range di dosaggio (DL50, DE50, ecc.). Se il testo sarà approvato negli USA avrà sicuramente influenza su tutta la comunità scientifica internazionale. La maggior parte della ricerca neurobiologica è condotta su molecole o su cellule in coltura e la massima parte dei neuroscienziati è sensibile al tema della completa eliminazione dello studio su animali vivi, che non si limiti all’osservazione comportamentale. [Fonte: Rise for Animals, January 9, 2026].

 

Abbiamo ricevuto questa richiesta da un visitatore del nostro sito web: “Mi stavo occupando dei rapporti tra ideazione simbolica e scrittura nelle civiltà precolombiane, quando trovai un vostro interessante articolo sull’argomento. Allora non l’ho salvato e ora, pur tentando con varie chiavi di ricerca, non riesco a trovarlo; vi chiedo, cortesemente, di darmi indicazioni o, se possibile, ripubblicarlo”.

Risposta: “Ci siamo occupati varie volte di questo argomento, ma con ogni probabilità lei fa riferimento a una “Notula” del primo di ottobre 2022. Sperando che si tratti del testo da lei cercato, lo ripubblichiamo volentieri qui di seguito”.

 

Le civiltà precolombiane dell’America latina avevano sistemi di scrittura? Numerosi studi hanno dimostrato che la precoce acquisizione dell’abilità di leggere e scrivere la lingua madre migliora l’efficienza di vari processi cognitivi, oltre a conferire una migliore strutturazione del pensiero, un arricchimento dei suoi contenuti e una maggiore capacità di comunicare intenzioni, ragionamenti, dettagli descrittivi, fino all’esercizio dell’arte retorica di persuasione degli interlocutori. L’apprendimento e l’uso della scrittura determinano un’espansione letteralmente esplosiva del lessico individuale, e lo studio di testi scritti consente di apprendere interi procedimenti logici da impiegare come paradigmi o come strumentalità operazionali in circostanze e contesti diversi. Per tale ragione, quando si cerchi di studiare le caratteristiche mentali dei popoli nel corso della storia, è molto importante sapere se ci si trova di fronte a un popolo in possesso di una scrittura. Tuttavia, anche in assenza di una scrittura alfabetica, popoli come quelli dell’America Meridionale precolombiana e post-colombiana hanno esercitato in modo straordinario le abilità di simbolizzazione.

In un incontro della nostra società scientifica si è affrontato il problema della scrittura dei nativi del continente americano, con particolare riferimento alle civiltà precolombiane dell’America Meridionale e Centrale.

Garcilaso de la Vega non ha dubbi: “No alcanzaron a conocer las letras[1] (non giunsero a conoscere le lettere) e dello stesso parere è Waman Puma: “sin letras ningunas[2], ma gli Spagnoli e gli Indi di cultura ispanica intendevano per lettere le forme di esperienza culturale nate dalla scrittura alfabetica delle lingue del Vecchio Continente. In realtà, gli indi avevano dei sistemi per rappresentare simbolicamente dei concetti a scopo mnemotecnico o comunicativo. Tra le mnemotecniche più note vi è il quipu, un sistema costituito da una serie di cordicelle annodate e riunite in un ordine definito, usato dagli Inka e dai popoli da loro assoggettati o influenzati, per tenere la contabilità[3], fare da calendario, raccogliere informazioni di interesse sociale o politico; il sistema adoperato per la comunicazione a distanza era una “scrittura per oggetti”, i cosiddetti chuj, costituiti prevalentemente da pietruzze, semi di vegetali distinti per colore e denti di animali.

Un esempio particolare di scrittura per oggetti è stato tramandato dai Guaranì, che ne hanno custodito il codice e l’impiego tradizionale fino a tempi relativamente recenti. I Guaranì di lingua tupì vivevano nel Brasile dell’Est, ossia sulla costa dove poi sorse Rio de Janeiro, e nel Brasile Meridionale, dove ancora esiste una numerosa rappresentanza di questa etnia[4], ma erano e sono presenti anche in aree di Paraguay, Argentina, Uruguay e Bolivia. Ancora oggi, i loro miti e i loro riti pubblici attraggono l’interesse degli studiosi e la curiosità dei turisti. La loro scrittura parejhara consisteva nell’uso di un repertorio di significati convenzionalmente associati a oggetti, pietruzze, semi, denti animali e altro, in grado di trasmettere valori semantici di sostantivi e verbi. La realizzazione di un messaggio richiedeva la soluzione di problemi di ambiguità, sempre incombenti in assenza di una grammatica, e la diligente composizione degli oggetti da collocare in una particolare borsa di pelle, che veniva affidata ad un messaggero esperto. Il destinatario apriva la borsa e, seguendo un criterio generale, disponeva in terra il suo contenuto; solo quando aveva ricomposto lo schema simbolico seguito dal mittente, aveva inizio quel lavoro di interpretazione, non sempre semplice, che equivaleva alla lettura del messaggio.

Una suggestiva testimonianza seicentesca del padre José de Acosta ci fa comprendere come in Perù utilizzassero l’associazione di frasi udite a pedrezuelas, cioè pietruzzelle o pietruzze, come mnemotecnica per imparare le preghiere: “Ed è cosa da vedere come vecchi cadenti imparino il padrenostro con una ruota fatta di pietruzze e con un’altra ruota l’avemaria, e con un’altra ancora il credo, e come sappiano quale pietruzza sia ‘che fu concepito per opera della Spirito Santo’ e quale ‘patì sotto Ponzio Pilato’, e come si correggano se sbagliano, semplicemente guardando le loro pietruzze”[5].

José de Torquemada, narrando come gli Indi imparavano la Dottrina cristiana, riporta che contavano le parole delle preghiere da imparare, e poi, a ciascuna parola, facevano corrispondere un grano di mais o una pietruzza[6]. Per avere uno strumento permanente, equivalente a un nostro testo, fissavano i piccoli elementi simbolici su dischi di argilla, chiamati dagli Spagnoli ruedas, ruote, ognuna delle quali conteneva una preghiera.

Ma i reperti che più impressionano nel vederli dal vero sono stati trovati soprattutto in Bolivia, nel Dipartimento di Chuquisaca, a San Lucas: figurine modellate in argilla di pochi centimetri di altezza fissate su dischi con un andamento a spirale dall’esterno verso il centro, come quello del microsolco dei vecchi dischi musicali di vinile. Di cosa si tratta? Le popolazioni di area quechua e i Guaranì nella lingua tupì avevano elaborato una scrittura pittografica dell’idioma parlato, costituito da figure umane e oggetti con significato prevalentemente analogico; tale scrittura pittografica era rappresentata in tre dimensioni sui dischi di argilla trovati in Bolivia[7].

Molto interessante lo studio della matrice bidimensionale per comprendere i criteri di simbolizzazione di queste piccole opere di artigianato. In generale, si tratta della resa pittografica del quechua o del tupì-guaranì ma, i contatti con la cultura europea dei conquistatori, portarono a delle integrazioni con segni che esprimono soluzioni innovative. Ad esempio, la figurina femminile costituisce una resa analogica del termine quechua huarmi, che vuol dire appunto donna; la schematizzazione dell’albero rappresenta invece, in senso figurato, l’eternità, il crescere e il moltiplicarsi. Le nuove parole spagnole, riferite ad astrazioni non presenti nella realtà india, non potevano rimandare a concetti già conosciuti e il loro riconoscimento doveva includere qualche elemento della fonetica spagnola, così i nativi addetti alla scrittura escogitarono nuovi modi per nuovi simboli. Ecco un esempio: il suono quechua della parola ichu, che vuol dire ciuffo d’erba, assomigliava al suono principale della pronuncia spagnola del nome Jesus, così la rappresentazione pittografica del ciuffo d’erba entra come hichu in quella di Gesù. Con un riferimento fonologico si spiega anche perché nella resa tridimensionale della frase finale del Padre Nostro “liberaci dal male” si trova, in corrispondenza del “liberaci”, un pezzetto di vetro infisso: un cognome quechua ancora molto diffuso in Perù è Quispe, e vuol dire “libero”, quispi, quasi omofono, significa “vetro”.

Colpisce particolarmente un aspetto dell’influenza della cultura europea su questi popoli: prima della colonizzazione gli Indi usavano le mnemotecniche e gli altri antecedenti della scrittura per vari usi strumentali a supporto del ricordo, quali quelli già menzionati, ma non adoperavano questi sistemi per prendere nota delle azioni morali e dei fatti dello spirito riguardanti la vita di un singolo. Con l’evangelizzazione, si diffonde in modo straordinario l’abitudine ad annotare pittograficamente l’elenco dei peccati da confessare; e si sono trovate innumerevoli testimonianze di questo uso. Tradizionalmente gli storici hanno ricondotto questa pratica alla raccomandazione di Sant’Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti che avevano evangelizzato l’America latina. Ma è interessante notare l’aspetto di crescita della consapevolezza morale attraverso la notazione permanente dei peccati commessi: la consuetudine, oltre a scongiurare il rischio di dimenticanza, accresceva la coscienza morale di sé stessi.

In conclusione, sebbene quei popoli antichi mancassero di una scrittura alfabetica e del supporto allo sviluppo e all’esercizio cognitivo che questa rappresenta, erano sicuramente sollecitati a compiere esercizi di inferenza, associazione e deduzione nell’interpretazione dei loro messaggi sui generis, senza contare l’impegno creativo di tutti coloro che contribuivano alla realizzazione di nuovi simboli e alla scelta di criteri per superare le inevitabili ambiguità, dovute alla multi-significatività degli oggetti e dei prototipi di riferimento. [BM&L-Italia, gennaio 2026 (prima pubblicazione: ottobre 2022)].

 

Il metodo di Wittgenstein applicato alla psichiatria: perché l’esperimento non ha avuto successo. Dopo aver presentato la sua idea a una lezione di clinica psichiatrica, ottenendo un riscontro lusinghiero, uno psichiatra ha deciso di tenere una conferenza aperta al pubblico su questo tema: le tesi del Tractatus logico-philosophicus applicate al linguaggio della prassi psichiatrica.

In particolare, l’argomentazione prendeva le mosse da alcune tesi esposte dallo stesso Ludwig Wittgenstein nella prefazione del suo trattato: “…la formulazione di questi problemi si fonda sul fraintendimento della logica del nostro linguaggio […] Tutto ciò che può essere detto si può dire chiaramente; e su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”[8].

Wittgenstein parlava della formulazione dei problemi filosofici, che lo psichiatra ha equiparato nella forma linguistica alla formulazione dei problemi psicopatologici, particolarmente nell’applicazione delle teorie al ragionamento diagnostico. Le sintesi semplificate dei contenuti del trattato appaiono quali efficaci e brillanti dimostrazioni di come tanti problemi della filosofia scompaiono se si sciolgono i nodi del fraintendimento. Su questa base lo psichiatra intendeva dimostrare che una resa logico-linguistica corretta dei problemi psicopatologici e diagnostici ne avrebbe migliorato notevolmente la comprensione. Ma alla conferenza non è andato nessuno.

La spiegazione fornita da un allievo dello psichiatra è stata questa: “Oggi, grazie alle neuroscienze, sappiamo che i nuclei problematici in molti casi sono in alterazioni di processi cerebrali e, dunque, le descrizioni e le interpretazioni dei contenuti psichici coscienti e non coscienti, per quanto approssimative o imperfette, non costituiscono un vero problema, in quanto sappiamo che non sono quei contenuti l’oggetto della diagnosi. La forma del disturbo indica un particolare tipo di funzionamento neuropsichico, che viene rapportato agli elementi eziopatogenetici noti”.

In altri termini: la psichiatria è andata molto oltre quell’epoca in cui i quadri diagnostici erano delineati secondo teorie psicologiche, sviluppate sulla base di costrutti soggetti a fraintendimenti simili a quelli della filosofia al tempo di Wittgenstein. [BM&L-Italia, gennaio 2026].

 

Notule

BM&L-31 gennaio 2026

www.brainmindlife.org

 

 

 

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La Società Nazionale di Neuroscienze BM&L-Italia, affiliata alla International Society of Neuroscience, è registrata presso l’Agenzia delle Entrate di Firenze, Ufficio Firenze 1, in data 16 gennaio 2003 con codice fiscale 94098840484, come organizzazione scientifica e culturale non-profit.

 

 

 

 



[1] Cfr. Garcilaso de la Vega, Commentarios reales, Madrid 1723.

[2] Giorgio R. Cardona, Storia Universale della Scrittura, p. 249, CDE su licenza Mondadori, Milano 1986.

[3] L’uso del quipu per le registrazioni contabili era prevalente, al punto che il suo nome era tradotto “cuenta” o “manera de cuenta” dagli storici spagnoli del tempo (Lope de Atienza, 1570). Nel 1614 il depositario del sapere necessario all’uso del quipu è chiamato da Waman Puma “contador”.

[4] I Guaranì o Tupì-Guaranì, secondo stime federali e di ONG, nel solo Brasile sono circa 55.000. Discendono da antiche popolazioni del XII secolo a.C., anche se ritrovamenti archeologici brasiliani di chiara cultura Guaranì risalgono solo al 400 d.C.. Sono distinti in 3 sottogruppi: Guaranì-Kaiowa, Guaranì-Mbya, Guaranì-Nandeva.

[5] Giorgio R. Cardona, op. cit., p. 249.

[6] José de Torquemada lo attribuisce a nativi messicani e non peruviani, ma nessuna altra fonte conferma che in Messico si impiegasse questo sistema tipico del Perù.

[7] Le prime interpretazioni di pittografie come quelle di San Lucas sono riportate già nel 1956: per dire “uomo forte” si dipinge una bottiglia di alcool e una figura maschile; donne e uomini sono rappresentati da sagome nude, mentre la Vergine Maria è resa con una forma triangolare che rende una veste che scende sotto il ginocchio e, al posto della testa, ha una croce (D. Ibarra Grasso, La escritura indigena andina, Annali Lateranensi 12, 113, 1956).

[8] Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, p. 23, Einaudi, Torino 1998.