Autismo e microbioma in una revisione critica
GIOVANNI ROSSI
NOTE E
NOTIZIE - Anno XXIII – 07 febbraio 2026.
Testi pubblicati sul sito www.brainmindlife.org della Società Nazionale
di Neuroscienze “Brain, Mind & Life - Italia” (BM&L-Italia). Oltre a
notizie o commenti relativi a fatti ed eventi rilevanti per la Società, la
sezione “note e notizie” presenta settimanalmente lavori neuroscientifici
selezionati fra quelli pubblicati o in corso di pubblicazione sulle maggiori
riviste e il cui argomento è oggetto di studio dei soci componenti lo staff dei recensori della Commissione Scientifica della Società.
[Tipologia del testo: RECENSIONE]
Sono così numerosi gli studi
sull’influenza del microbioma intestinale sui sintomi dei disturbi dello
spettro dell’autismo (ASD), che abbiamo potuto omettere il riferimento
all’intestino nel titolo, nella certezza che i lettori sappiano a che cosa ci
riferiamo. Almeno da una quindicina di anni sono di attualità scientifica le
indagini sperimentali sul rapporto esistente tra il materiale genetico della
flora microbica intestinale e disturbi psichiatrici e neurologici quali
depressione, disturbi d’ansia, disturbo post-traumatico da stress (PTSD),
disturbo da deficit dell’attenzione con iperattività (ADHD), disturbo ossessivo-compulsivo
(OCD), schizofrenia e altre forme di psicosi, malattia di Alzheimer, malattia
di Parkinson, patologia cardiovascolare, artriti, asma, malattie cutanee e
tante altre. Il passaggio dall’intestino al sangue e al cervello di molecole
prodotte dalla flora microbica (leaky gut) è stato indagato inizialmente
per verificare l’esistenza di effetti biologici misurabili sul cervello della
condizione di aumentata permeabilità intestinale, poi si è giunti alla nozione
di asse intestino-cervello e, infine, allo stato attuale delle
conoscenze.
L’idea che il microbioma
intestinale abbia un ruolo causale nei disturbi dello spettro dell’autismo
(ASD) ha acquisito notevole credito presso molti ricercatori, sulla base di
dati emersi da tre linee di evidenza: 1) studi di osservazione umana; 2)
esperimenti preclinici nei topi; 3) trial clinici.
Kevin J. Mitchell, Darren L.
Dahly e Dorothy V.M. Bishop hanno realizzato una
revisione critica dei lavori prodotti in questo campo, individuando difetti e
limiti concettuali e metodologici che riducono il valore dei dati a sostegno di
un ruolo del microbioma nell’eziologia e nella fisiopatologia di questi
disturbi pervasivi dello sviluppo cerebrale.
(Kevin J. Mitchell, Darren L. Dahly & Dorothy V.M. Bishop, Infants have rich visual categories in ventrotemporal cortex at 2 months of age. Nature Neuroscience – Epub ahead of print doi: 10.1038/s41593-025-02187-8, 2026).
La provenienza degli autori è la seguente: School of Genetics and Microbiology and Institute
of Neuroscience, Trinity College Dublin, Dublin (Irlanda); School of Public
Health and HRB Clinical Research Facility, University College Cork, Cork (Irlanda);
Department of Experimental Psychology, University of Oxford, Oxford (Regno Unito).
Per rendersi conto dell’importanza
del rapporto tra microbioma e ASD nella ricerca corrente, basti pensare che dal
2011, quando è apparso il primo articolo in cui si avanzava questa ipotesi, il
numero di articoli pubblicati ogni anno è stabilmente cresciuto, raggiungendo i
102 nel 2024, e il finanziamento della ricerca in questo campo negli USA dal
2018 si aggira intorno ai 20-25 milioni di dollari l’anno[1].
D’altra parte, è esperienza comune l’importanza commerciale che ha raggiunto il
business degli interventi “curativi” alimentari: l’industria alimentare,
le startup di biotech, le compagnie di “benessere” offrono diete
specializzate e supplementi pro-pre-psico-biotici, così come servizi clinici
quali la profilatura microbiomica diretta dell’utente
e i trapianti di microbiota intestinale.
Ma presso molti ricercatori – e in
proposito gli autori citano ben 9 studi – si è fatta strada l’idea che non vi
sia alcuna certezza a supporto di una partecipazione causale ai sintomi dei
disturbi autistici da parte dei fattori legati al microbioma intestinale, e che
tali fattori non sono determinanti nemmeno nella fisiopatologia di tali
disturbi. Infatti, una prima, superficiale lettura della letteratura
scientifica di questo ambito suggerisce che, i dati ottenuti con i tre metodi e
tipi di ricerca citati più sopra, si rafforzino reciprocamente, in una sorta di
triangolazione dell’evidenza, ma in realtà ciascun approccio presenta limiti di
affidabilità.
Kevin J.
Mitchell, Darren L. Dahly e Dorothy V.M. Bishop hanno
sottoposto a un vaglio rigoroso ciascuno degli approcci, analizzando in
dettaglio i lavori che li hanno adottati.
Attualmente, prendendo le mosse dai
disturbi gastro-intestinali che sono maggiori negli ASD, sono in campo tre
modelli ipotetici: Il primo modello (A) implica che sia il microbioma a causare
sia i sintomi gastro-enterici sia l’autismo; il secondo modello (B) ipotizza
una causa inversa, postulando che l’autismo induca cambiamenti della dieta da
cui derivano alterazioni del microbiota, che generano sintomi; il terzo modello
(C) sostiene che varianti genetiche causino direttamente sia i sintomi
gastro-intestinali, sia l’autismo.
I modelli B e C spiegano in modo
diverso da quanto supposto dalla maggioranza dei ricercatori le evidenze
cliniche; in particolare, il modello C ricalca ciò che avviene in molte
sindromi genetiche con deficit intellettivo: si associano sintomi
gastro-intestinali agli altri elementi della sindrome (inclusa la trisomia 21,
citogenetica) senza un ruolo per il microbioma intestinale.
Mitchell, Dahly e Bishop notano anche un altro aspetto
dell’atteggiamento di coloro che sono convinti del ruolo eziologico del
microbioma: sembrano ignorare del tutto che i disturbi autistici sono fra le
condizioni neuroevolutive a più forte determinazione genetica, con una stima
dell’80-90% negli studi su gemelli, famiglie e popolazione generale; un dato
che indica che la maggior parte della variazione del rischio, in una data
popolazione a un dato tempo, è attribuibile a variazione genica.
In tempi
relativamente recenti sono state scoperte mutazioni rare che conferiscono un alto
rischio di ASD, così come molte varianti genetiche comuni che, prese insieme,
contribuiscono al rischio, inteso in senso epidemiologico. Non è superfluo
ricordare che, a parere dei genetisti impegnati in questi studi, vi sono ancora
molte varianti genetiche di rischio da identificare.
La responsabilità causale del
microbioma si fonda su tre linee di evidenza, cioè studi di osservazione umana, esperimenti preclinici nei topi e trial
clinici, ma in ciascuna di esse gli autori dello studio hanno trovato
difetti, limiti, contraddizioni e incoerenze, che non consentono di riconoscere
un ruolo al microbioma nell’autismo.
Uno studio tipico di questo genere
comincia con la nozione secondo cui vi è un rapporto tra autismo e microbioma,
in termini molto vaghi, senza indicare la specifica ipotesi sottoposta a
verifica, così che si configura il caso del formulare ipotesi dopo aver
conosciuto i risultati (HARKing: hypothesizing after results
are known). Quasi ogni pattern di
risultati è preso a supporto della teoria del microbioma.
Non emergono in questi studi
cambiamenti particolari e pre-specificati del microbioma nei soggetti con ASD. Riferirsi
ai risultati, come si fa di frequente, col termine “disbiosi” nasconde questa
mancanza di coerenza.
Risulta che la maggior parte delle
associazioni riportate sono risultati spuri derivati da metodi statistici
applicati a piccoli campioni. Anche se le differenze osservate nei singoli
studi sono considerate probanti – nonostante il difetto di metodo – le
dimensioni dell’effetto complessivo sono da piccole a trascurabili, e vi sono
buone evidenze che molto probabilmente riflettono le conseguenze della
condizione fisiopatologica, piuttosto che la causa.
L’impossibilità di tirare
conclusioni dagli studi di osservazione ha portato a interventi sul microbioma
dei topi. Questi studi sembrano confermare un ruolo causale del microbioma, ma
il loro esame ha rivelato gravi errori metodologici, fra cui campioni troppo
piccoli e metodi statistici inadeguati. Inoltre, anche se il trattamento dei
topi con i batteri produce effetti comportamentali, non vi sono fondate ragioni
per ritenerli rilevanti per l’autismo umano.
Infine, i trial clinici
condotti fino a oggi sono stati principalmente piccoli studi senza sezione di
controllo, caratterizzati da molte fonti di bias, problemi metodologici
ed effetto placebo incontrollato.
Concludendo, Mitchell, Dahly e Bishop affermano che gli
studi fin qui condotti non consentono di attribuire un ruolo causale e
fisiopatologico al microbioma intestinale nei disturbi pervasivi dello
sviluppo cerebrale caratterizzati da sintomi autistici. Inoltre, poiché gli
stessi limiti metodologici sono stati rilevati in vari studi volti a definire
l’influenza del microbiota in altre patologie, sarà opportuno rivalutare anche in
questi casi la fondatezza di giudizi e deduzioni.
L’autore della nota ringrazia
la dottoressa Isabella Floriani per la correzione della bozza e invita alla lettura delle
recensioni di
argomento connesso che appaiono nella sezione “NOTE E NOTIZIE” del sito
(utilizzare il motore interno nella pagina “CERCA”).
Giovanni Rossi
BM&L-07 febbraio 2026
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