Resistina nella malattia di Alzheimer
GIOVANNI ROSSI
NOTE E
NOTIZIE - Anno XXIII – 02 maggio 2026.
Testi pubblicati sul sito www.brainmindlife.org della Società Nazionale
di Neuroscienze “Brain, Mind & Life - Italia” (BM&L-Italia). Oltre a
notizie o commenti relativi a fatti ed eventi rilevanti per la Società, la
sezione “note e notizie” presenta settimanalmente lavori neuroscientifici
selezionati fra quelli pubblicati o in corso di pubblicazione sulle maggiori
riviste e il cui argomento è oggetto di studio dei soci componenti lo staff dei recensori della Commissione Scientifica della Società.
[Tipologia del testo: RECENSIONE]
La resistina umana è
una proteina di 108 aminoacidi con un’attività ormonale che sembra in grado di
sopprimere la funzione insulinica di captazione del glucosio nelle cellule
adipose, costituendo uno dei collegamenti tra obesità e diabete, e capace di
promuovere la chemiotassi nelle cellule mieloidi[1]. In dataset
proteomici quantitativi di alta precisione (DIA-MS, iTRAQ
e piattaforme Olink) la resistina è frequentemente
identificata come un biomarker chiave in stati patologici infiammatori,
metabolici e cardiovascolari. Come polipeptide secreto (adipose tissue-specific secretory factor, ADSF) ricco di cisteina (Cysteine-rich
secreted protein
A12-aplpha-like 2) è facilmente identificato nel siero umano, nel plasma e
in campioni di tessuto, e spesso adottato come indicatore sostitutivo (surrogate
marker) di monociti e macrofagi attivati (C/EBP-epsilon-regulated myeloid-specific secreted cysteine-rich protein). Di recente è stata verificata la possibilità
di adottare la resistina come marker diagnostico per le sepsi[2].
Poiché numerose verifiche
sperimentali hanno confermato un suo ruolo in patologie metaboliche sistemiche
e in processi infiammatori, entrambi in grado di contribuire alla patogenesi
della malattia di Alzheimer, si sta esplorando la possibilità di un suo
significativo ruolo durante lo stadio preclinico della neurodegenerazione e
l’esistenza di rapporti specifici con la patologia β-amiloide e tau. Emily
Eruysal e colleghi hanno condotto uno studio che ha ottenuto alcune evidenze significative
in tal senso.
(Eruysal E. et al., Associations of circulating resistin with Alzheimer's disease biomarkers and cognitive function in the preclinical stage of Alzheimer's disease.
Journal of Alzheimer’s Disease – Epub ahead of print doi: 10.1177/13872877261442230, 2026).La
provenienza degli autori è la seguente:
Feil Family Brain and Mind Research Institute, Weill Cornell Medicine, New
York, NY (USA); Department of Neurology, Weill Cornell Medicine, New York, NY (USA); Department
of Neurology, University of Texas Southwestern Medical Center, Dallas, TX (USA);
Peter O'Donnell Jr. Brain Institute, University of Texas Southwestern Medical
Center, Dallas, TX (USA); Center for Hypothalamic Research and Department of
Internal Medicine, University of Texas Southwestern Medical Center, Dallas, TX
(USA).
Come abbiamo fatto spesso di recente[3] e
altre volte nel 2023[4],
nel 2024[5], nel
mese di febbraio[6] e marzo
2025[7],
cogliamo l’occasione di questa recensione per introdurre il lettore non
specialista alla malattia di Alzheimer e proporre alcuni importanti risultati
della ricerca su questa patologia neurodegenerativa, attingendo prevalentemente
a un nostro articolo del 2022, che trae da altri precedenti[8]-[9].
Si riporta lo
storico brano di Alois Alzheimer che descrive clinicamente lo stato della
paziente Auguste Deter: “Una donna di 51 anni
ha mostrato gelosia verso suo marito come primo segno rilevante della malattia.
Presto si è potuta notare una perdita di memoria rapidamente ingravescente. Non
era in grado di orientarsi nel suo appartamento. Portava oggetti avanti e
indietro e li nascondeva. A volte pensava che qualcuno volesse ucciderla e
cominciava ad urlare”[10].
Ricordiamo che Alzheimer con queste parole introdusse il caso paradigmatico di
una donna ammalata di demenza presenile con sintomi psicotici, che morì nel
giro di pochi anni: nei casi familiari della malattia la prognosi è ancora la
stessa.
Nel 1906 il
neuropatologo tedesco Alois Alzheimer studia al microscopio preparati
istologici ricavati da sezioni sottili del cervello di una sua paziente affetta
da una complessa e invalidante malattia neuropsichica, caratterizzata da una
grave forma di deterioramento mentale ad insorgenza precoce ed andamento
rapidamente ingravescente. Descrive due tipi di lesioni che ricollegherà
all’eziopatogenesi della malattia: le placche e le alterazioni neurofibrillari.
La pubblicazione di questi dati, nel 1907, avvierà la ricerca su quale sia il primum movens patogenetico, le placche
amiloidi o la degenerazione neurofibrillare[11].
All’originario
lavoro di Alzheimer, Perusini aggiunse nel 1909 tre nuove osservazioni
anatomo-cliniche molto dettagliate[12]
e i suoi studi negli anni successivi (1910-1911) consentirono la comprensione
di alcuni rilevanti aspetti clinici e patologici, così che la malattia detta in
Germania “morbo di Alzheimer”, divenne nota in Italia come “morbo di
Alzheimer-Perusini”. Il grande nosografista Kraepelin la ritenne una forma
grave e precoce di demenza senile, secondo il concetto di senilità precoce di
Fuller, anche se già nel 1910 le riconosceva autonomia nosografica costituendo
la nuova categoria diagnostica della malattia di Alzheimer[13].
Anche se
l’identificazione di questa nuova malattia da parte di Alois Alzheimer destò
l’interesse di neurologi e ricercatori dell’epoca, per molto tempo fu vista
solo come una curiosità medica perché rarissimamente diagnosticata. Per
decenni, le ipotesi sulla sua eziologia e le opinioni sulle caratteristiche
della patologia e della clinica hanno ispirato filoni di ricerca ed acceso
dibattiti, senza però migliorare la conoscenza e la comprensione dei processi
alla base di questa grave ed inesorabile perdita delle funzioni mentali e più
in generale cerebrali, che termina con esito infausto.
“Si può dire
che il primo reale progresso fu compiuto nel 1984, quando George G. Glenner
dell’Università della California a San Diego riuscì ad isolare dal materiale
amiloide delle placche un corto peptide, costituito da 40 o 42 aminoacidi, cui
si diede il nome di peptide β-amiloide (Aβ).
Poco tempo
dopo quattro diversi gruppi di ricerca sequenziarono il gene che codifica la
proteina da cui il peptide origina. Così come erano parse sorprendenti le
piccole dimensioni del peptide in grado di formare fibrille e accumuli di
sostanza extracellulare, sorpresero le grandi dimensioni della proteina codificata
dal gene di recente individuato. Il peptide beta-amiloide era un frammento di
una macromolecola di membrana cui si diede il nome di precursore del peptide
beta amiloide o beta-amyloid precursor protein o βAPP. […]
Nel 1991,
studiando il DNA di una famiglia con Alzheimer ad insorgenza precoce, un gruppo
della St. Mary’s Hospital Medical
School di Londra localizzò il gene per la βAPP sul cromosoma 21 e dimostrò
che la mutazione puntiforme si verificava proprio nel frammento di DNA
codificante il polipeptide precursore. All’incirca in quello stesso periodo
altri studi indicavano che in famiglie in cui ricorreva la malattia di
Alzheimer il cromosoma 21 poteva essere portatore di un difetto. Questa
correlazione era molto suggestiva perché da tempo era noto che i soggetti
affetti da sindrome di Down o trisomia 21, quando vivono sufficientemente a
lungo, invariabilmente sviluppano i sintomi di una patologia simile
all’Alzheimer.
L’idea che il
peptide Aβ fosse all’origine della cascata di eventi determinante la
progressione della malattia era ormai opinione dominante, nota come “teoria
dell’amiloide”, e i dati genetici sembravano confermarla in pieno. Ben presto
si formò una vera e propria scuola di pensiero che ebbe, ed ha tuttora, in
Dennis Selkoe uno dei maggiori esponenti. […]
Nel 1992
Allen Roses sfidò l’ortodossia β-amiloide: annunciò di aver identificato
un gene di suscettibilità per lo sviluppo delle forme più frequenti, ad
insorgenza nell’età media e avanzata. Si trattava del gene per l’allele
“ε4” dell’apolipoproteina E (APOE), cioè una variante di una lipoproteina
che trasporta il colesterolo. […]
La teoria
dell’amiloide sembrò avere una conferma decisiva nel 1995 quando Peter H. St
George Hyslop, con i suoi collaboratori, clonò due geni cui diede il nome di presenilina 1 e presenilina 2. Le alterazioni di questi geni erano state messe in
relazione con una forma della malattia estremamente aggressiva e ad insorgenza
molto precoce, in cui la sintomatologia talvolta esordiva già intorno ai 28
anni, divenendo presto molto grave. […]
Nel 1998
Rudolph Tanzi, genetista di Harvard, ritenne di aver identificato sul cromosoma
12, in un gene detto A2M, un altro importante fattore di suscettibilità: la sua
tesi era che questo gene fosse in grado di determinare il tasso di produzione
di β-amiloide da parte dei neuroni. L’ipotesi fu respinta, non solo da
coloro che dubitavano del valore della ricerca sui geni di suscettibilità, ma
dallo stesso Allen Roses, il quale aveva lavorato a quel locus del cromosoma
12, addirittura registrando un brevetto sull’A2M e, successivamente, si era
convinto della mancanza di un legame diretto con la patologia. […]
Il precursore
della proteina β-amiloide (βAPP) è sintetizzato da molte specie
cellulari ed è una proteina di membrana, la cui lunghezza varia da 695 a 770
aminoacidi. Le due estremità idrofile della macromolecola sporgono l’una nel
citoplasma e l’altra, la più lunga, nello spazio extracellulare. Da
quest’ultima proviene il peptide beta-amiloide.
La funzione
fisiologica non è nota[14]
ma si sa che va incontro ad un processo di scissione enzimatica secondo due
diverse modalità. […]
La prima modalità prevede una tappa
catalizzata da un enzima detto α-secretasi,
in grado di scindere dal precursore un peptide che sarà attaccato da un secondo
enzima, la γ-secretasi, la cui
azione dà origine ad un frammento fisiologico, definito p3.
Questa
modalità, ossia la scissione mediante
α-secretasi/γ-secretasi, dà sempre luogo ad un peptide non
patogeno.
La seconda modalità differisce per l’enzima
che interviene nella prima tappa, in questo caso è la β-secretasi: uno dei frammenti prodotti, costituito da 99
aminoacidi, il C99-βAPP, sottoposto all’azione della γ-secretasi dà
luogo alla formazione del peptide β-amiloide[15].
La successione beta-secretasi/gamma secretasi genera per il 90% molecole di 40
aminoacidi e, per la parte rimanente, peptidi di 42 aminoacidi. Solo questa
piccola frazione sembra in grado di innescare la successione di eventi che
determina la formazione delle placche”[16].
Queste
nozioni costituiscono ormai una base consolidata delle conoscenze patologiche
sul gravissimo e ancora inguaribile processo neurodegenerativo. Riportiamo ora,
qui di seguito, elementi di più recente acquisizione tratti dall’introduzione a
uno studio presentato tre anni fa[17].
La malattia
di Alzheimer, la più comune[18] e grave
demenza neurodegenerativa, costituisce una categoria nosografica definita in
base ad elementi patogenetici e clinici comuni, ma in realtà costituita da
forme diverse per eziologia, che può essere esclusivamente genetica
(forme familiari) o multifattoriale e prevalentemente indeterminata (forme
sporadiche); per esordio, che può essere precoce, presenile[19], nell’età media
della vita oppure in età senile o più spesso nella tarda senilità; e per
fisiopatologia: può presentare entrambi i contrassegni istopatologici descritti
da Alzheimer e Perusini, ossia placche amiloidi neuritiche e grovigli
neurofibrillari intraneuronici, oppure uno solo dei due, presentandosi come
tipo con placche soltanto (plaque only type) o come taupatia
senza placche evidenti associata a demenza[20].
La maggior
parte dei ricercatori che ritiene irrilevante la differenza causale di fronte
ad una patogenesi pressoché identica in tutte le forme suppone che, nella
sequenza di eventi patogenetici, si possa identificare una tappa da bloccare
per ottenere l’arresto della progressione in tutti i casi; fra coloro che
considerano rilevante il primum movens etiologico, vi sono ricercatori
che attribuiscono al rapporto biochimico fra evento causale e innesco della
patogenesi un valore di conoscenza chiave per giungere a trattamenti (ed
eventuali programmi di prevenzione) specifici per le singole forme.
In ogni caso,
lo studio della genetica è importante perché, anche se le forme eredo-familiari
costituiscono una esigua minoranza, anche in quelle ad eziologia ignota si
suppone un ruolo non irrilevante del genotipo per lo sviluppo della malattia.
Inoltre, la ricerca condotta soprattutto negli ultimi decenni sulle cause
genetiche delle anomalie molecolari riscontrate, pur non essendo stata ancora
decisiva per la comprensione dell’origine della maggioranza dei casi, ha
fornito dati e nozioni di notevole interesse. Un esempio è l’identificazione da
parte di St. George-Hyslop e colleghi, in pazienti affetti da forme ereditarie
della malattia, di geni codificanti versioni alterate della APP (amyloid
precursor protein) localizzati sul cromosoma 21
accanto al gene βA. Questa scoperta ha fornito una spiegazione per le
alterazioni alzheimeriane – in passato interpretate come invecchiamento precoce
– che si rilevano nel cervello di tutti gli affetti da sindrome di Down o trisomia
21 che vivano oltre i 28 anni: avendo tre copie del cromosoma 21, producono
amiloide in eccesso.
Anche se la
scoperta ha consentito di spiegare quel dato patologico interpretato come segno
di invecchiamento precocissimo del cervello nella sindrome di Down, rende conto
della probabile causa solo di una piccolissima frazione di casi eredo-familiari
di malattia di Alzheimer che, a loro volta, costituiscono una piccola parte del
totale. In altre stirpi familiari studiate per la presenza di casi ad ogni generazione,
ereditati verosimilmente come un carattere mendeliano autosomico dominante,
sono state identificate rare mutazioni nel gene della presenilina 1
(localizzato sul cromosoma 14) responsabili in alcuni studi fino al 50% dei
casi familiari, e della presenilina 2 (localizzato sul cromosoma 1)
responsabile di una quota degli altri casi ereditari[21].
La presenza
di amiloide aberrante da sola non è in grado nel resto della popolazione di
causare la malattia neurodegenerativa, così si sono studiati i geni associati
quali fattori di rischio. Il primo ad essere scoperto fu “Apo E”[22], un
regolatore del metabolismo lipidico che ha un’affinità per la β-amiloide
delle placche neuritiche della malattia di Alzheimer e si è rivelato in grado
di modificare il rischio di acquisire la malattia di Alzheimer. In particolare,
fra le varie isoforme della lipoproteina, la presenza di E4 e del suo
corrispondente allele ε4 sul cromosoma 19 è associata ad una probabilità tripla di
sviluppare la malattia. Il possesso di due alleli ε4 sembra dare certezza
della malattia a coloro che superano gli ottanta anni. L’allele ε4
modifica anche l’età di esordio di alcune delle forme familiari della malattia.
Vari studi hanno dimostrato che, all’opposto, l’allele ε2 è poco rappresentato
nelle persone affette da malattia di Alzheimer.
Anche se
decisamente più raro delle varianti di Apo E, un polimorfismo in TREM2
conferisce uguale probabilità di sviluppare la malattia. Nelle forme
sporadiche, questo polimorfismo è responsabile di un difetto di fagocitosi
dell’amiloide che avviene nel normale ciclo fisiologico, contribuendo
all’accumulo. Altri meccanismi ipotizzati per la partecipazione delle varianti
di questo gene alla patogenesi non hanno ancora ricevuto conferma sperimentale.
Un’altra
variazione genica, implicata sicuramente in forme familiari della malattia di
Alzheimer, è stata registrata presso il sito dell’ubiquilina
1, cioè UBQLN1 codificante una proteina che interagisce con PS1 e PS2,
oltre a partecipare alla degradazione proteasomica.
L’importanza
dello studio della genetica si può desumere dagli importanti elementi di
conoscenza che sono stati ottenuti dall’analisi di interi alberi genealogici di
pazienti affetti dalla demenza neurodegenerativa.
Nei cenni
storici sulle origini di questa patologia si cita sempre il caso di Auguste
Deter, la paziente che morì a soli 55 anni e dal cui cervello Alois Alzheimer
prelevò i campioni sui quali scoprì placche amiloidi e ammassi neurofibrillari,
ma non si riporta di un secondo caso, pubblicato dal neurologo tedesco col nome
di Johann F. e caratterizzato dall’assenza di degenerazione neurofibrillare,
cioè il primo paziente affetto dal plaque only type[23]. Nel suo
cervello, oltre ai segni generici di encefalopatia atrofica, si rilevavano solo
gli accumuli macroscopici di amiloide extracellulare, denominati da Alzheimer placche
senili, secondo la terminologia anatomopatologica dell’epoca. La ricorrenza
della malattia nella famiglia di Johann aveva indotto a supporre già a
quell’epoca una causa genetica. In questo secolo, quando i ricercatori
impegnati nella ricerca del primum movens causale della malattia si
dividevano in due fazioni, la prima sostenitrice della “teoria della
β-amiloide” con capofila Dennis Selkoe e la seconda sostenitrice della
“teoria della tau”, rappresentata dalla scuola di Rudolf Tanzi, si decise di
andare alla ricerca dei discendenti di Johann per verificare se fra loro vi
fossero ammalati di demenza neurodegenerativa e studiarne esaustivamente il
profilo biomolecolare.
In estrema sintesi,
i sostenitori della “teoria della β-amiloide” ritenevano che i peptidi
βA amiloidogenici, ossia quelli generati dalla scissione della
γ-secretasi con una lunghezza uguale o superiore a 42 aminoacidi,
innescassero tutte le catene di eventi culminanti in degenerazione, apoptosi e
necrosi; i sostenitori della “teoria della tau” ritenevano che
l’iperfosforilazione della proteina associata ai microtubuli tau fosse
responsabile della sequenza di eventi che porta a morte i neuroni e
consideravano le placche amiloidi delle semplici “pietre tombali” formate nelle
sedi di distruzione del tessuto nervoso. Per i sostenitori di questa seconda
tesi, i casi come quello di Johann, in cui vi erano solo placche senza ammassi
neurofibrillari, erano dovuti a una causa da scoprire, ma sempre
intraneuronica.
Klunemann e colleghi afferenti alla Clinica Psichiatrica
dell’Università di Regensburg (Germania) riuscirono a rintracciare i
discendenti del secondo paziente di Alzheimer, ne studiarono il profilo
genetico secondo le acquisizioni più recenti di quegli anni, ricostruirono
l’albero genealogico e poi chiesero l’aiuto di St. George-Hyslop[24]. I
ricercatori fecero un lavoro straordinario: grazie a numerose tracce
documentali reperite con l’aiuto delle famiglie dei pazienti, riuscirono a
risalire lungo la linea degli antenati fino al 1670, ed elaborarono un fedele
albero delle parentele che al 2007 contava 1403 discendenti. I quattro
discendenti affetti da demenza all’epoca dello studio, la avevano ereditata
come un carattere mendeliano semplice autosomico dominante. Klunemann,
St. George-Hyslop e colleghi testarono i “geni di rischio dominanti” allora
noti, ossia APP, PS1, PS2, PRNP e BRI, senza riuscire a trovare un allele già
identificato come patologico[25]. Anche se
questo studio non identificò la causa genetica dell’Alzheimer di quella stirpe,
contribuì alla demolizione della dicotomia β-amiloide/tau. Infatti, se il primum
movens sono i peptidi βA, in grado di innescare reazioni che portano
nei neuroni all’iperfosforilazione della tau con conseguente degenerazione
fibrillare seguita da distruzione degli assoni e poi del corpo cellulare
neuronico, come e perché avviene la distruzione neuronica con gli stessi esiti
clinici senza la distruzione della tau? La conclusione ipotetica della nostra
scuola neuroscientifica è che ci si trova di fronte a patologie diverse che non
differiscono solo nell’innesco eziologico ma anche, sia pure in parte, nella
patogenesi.
Per dirimere
queste questioni sarà necessario scoprire i meccanismi molecolari che mediano
gli effetti dei molteplici fattori causali e, visto che le alterazioni
molecolari e i processi patologici finora esaminati si sono rivelati quanto
meno insufficienti ad orientare delle risposte, si è proceduto attraverso analisi
del trascrittoma, i cui risultati hanno suggerito nuovi progetti di ricerca[26].
Ritorniamo
ora al lavoro qui recensito che ha esplorato la possibilità di un ruolo della
proteina ormonale resistina nella fase precoce della patologia
neurodegenerativa alzheimeriana.
Emily Eruysal
e i suoi colleghi di New York e Texani hanno misurato le concentrazioni
plasmatiche di resistina in adulti anziani cognitivamente normali e
hanno esaminato la relazione fra questi dati, i biomarkers di malattia
di Alzheimer nel fluido cefalorachidiano o cerebrospinale (CSF) e i risultati
di valutazioni neuropsicologiche delle funzioni cognitive.
Il campione
era costituito da 210 adulti: 155, di cui 91 erano donne e 64 uomini, giudicati
cognitivamente normali in quanto avevano riportato il punteggio di 0 al Clinical
Dementia Rating, e 55, di cui 26 erano donne e 29 uomini, corrispondenti
per età ed altri requisiti standard ai volontari sani, ma classificati come
affetti da malattia di Alzheimer in fase preclinica, secondo i criteri
diagnostici basati sull’esame del CSF. Le concentrazioni di resistina
nel plasma sono state misurate mediante saggi immunologici standard.
Tutte le
analisi sono state sex stratified, in quanto
la resistina del plasma era sempre significativamente più alta negli uomini che
nelle donne.
Negli uomini,
le concentrazioni di resistina plasmatica erano significativamente più
alte negli ammalati di Alzheimer in fase preclinica di quelle rilevate nel
gruppo dei controlli sani (64 maschi dei 155) negativi ai biomarker
della demenza neurodegenerativa, ed erano associate alle concentrazioni nel CSF
della tau e della p-tau181; ma, dopo le correzioni per comparazioni
multiple, non si rilevavano concentrazioni significative di resistina
plasmatica con i biomarker della malattia di Alzheimer. Le
concentrazioni di resistina plasmatica erano associate al parametro
della fluenza semantica, ma non alla memoria episodica e al
complesso di strumentalità cognitive ordinariamente indicato come funzione
esecutiva.
Nelle donne,
le concentrazioni di resistina plasmatica sono risultate molto simili
tra le affette da malattia di Alzheimer in fase preclinica e le 91 donne sane
del gruppo dei 155 fungente da controllo, e non è emersa alcuna associazione
significativa con i biomarker di malattia di Alzheimer nel CSF e con i punteggi
dei test di valutazione cognitiva.
I risultati
suggeriscono che negli uomini – e solo negli uomini – alterazioni della
segnalazione della resistina periferica si verificano durante i primi
stadi della patologia che causa neurodegenerazione e demenza, e potrebbero
rappresentare un collegamento tra la malattia di Alzheimer e la perdita di
regolazione metabolica sistemica e infiammatoria.
L’autore della nota ringrazia la dottoressa Isabella
Floriani per la correzione della bozza e invita alla lettura delle recensioni di argomento connesso che appaiono nella sezione
“NOTE E NOTIZIE” del sito (utilizzare il motore interno nella pagina “CERCA”).
Giovanni
Rossi
BM&L-02 maggio 2026
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affiliata alla International Society of Neuroscience, è registrata presso
l’Agenzia delle Entrate di Firenze, Ufficio Firenze 1, in data 16 gennaio 2003
con codice fiscale 94098840484, come organizzazione scientifica e culturale non-profit.
[1]
Chumakov A. M. et al., Identification of murine and human XCP1 genes as
C/EBP-epsilon-dependent members of FIZZ/Resistin gene
family. Oncogene 23: 3414-3425, 2024.
[2]
Lan Youyu et al., Resistin as a potential
diagnostic biomarker for sepsis: insights from DIA and ELISA analyses. Clinical
Proteomics – AOP doi: 10.1186/s12014-024-09498-1,
2024.
[3] Note e Notizie 25-04-26
Meccanismi della disfunzione glinfatica nella malattia di Alzheimer; Note e
Notizie 18-04-26 Nella malattia di Alzheimer la patologia tau segue la
connettività individuale; Terapia Note e Notizie 28-03-26 Carne della dieta, Alzheimer e declino cognitivo; Note e Notizie 14-03-26 Terapia della malattia di Alzheimer con CAR-A; Note e Notizie 07-03-26 Sistema glinfatico nella malattia di Alzheimer; Note e Notizie 28-02-26 Distinti due tipi epigenomici
di Alzheimer a inizio tardivo.
[4] Note e Notizie 17-06-23 Scoperto nella malattia di Alzheimer uno stato
protettivo della microglia; Note e Notizie 24-06-23 Scoperte popolazioni cellulari associate alla malattia
di Alzheimer.
[5] Note e Notizie 16-11-24 Cambi trascrittomici astrocitari nella malattia di
Alzheimer; Note e Notizie 07-12-24 Come prevenire il deficit cognitivo nella malattia di
Alzheimer.
[6] Note e
Notizie 01-02-25 Sonno REM
ritardato e malattia di Alzheimer; Note e Notizie 08-02-25 FGF23 delle cellule β del
pancreas protegge dalla malattia di Alzheimer.
[7] Note e
Notizie 01-03-25 Alterazioni
intestinali nella malattia di Alzheimer studiate con XPCT; Note e Notizie 08-03-25 NU9 contrasta la patogenesi della
malattia di Alzheimer; Note e Notizie
22-03-25 LMO4 del CSF
nuovo marker della malattia di Alzheimer; Note e Notizie 29-03-25 Testosterone nella differenza di
genere della malattia di Alzheimer; Note e Notizie 05-04-25 Aggregazione βA inibita da
gangliosidi nella malattia di Alzheimer; Note e Notizie 03-05-25 Malattia di Alzheimer
come patologia immunitaria; Note e Notizie 10-05-25 G9a in patogenesi e
terapia della malattia di Alzheimer; Note e Notizie 24-05-25 Declino
cognitivo nei due sessi nella malattia di Alzheimer; Note e Notizie
21-06-25 Ruolo del sistema glinfatico nella malattia di Alzheimer; Note
e Notizie 21-06-25 La delezione di STING protegge dalla malattia di Alzheimer;
Note e Notizie 27-09-25 C4d è alto nella malattia di Alzheimer e media il
pruning; Note e Notizie 11-10-25 Nella malattia di Alzheimer βA e
attività danno patologia tau entorinale; Note e Notizie 18-10-25 Perché
la malattia di Alzheimer è più frequente nelle donne; Note e
Notizie 01-11-25 APP e C99 sono subunità di Hv1 rilevante nella malattia di
Alzheimer; Note e Notizie 22-11-25 La glicazione amiloide via mitocondri
porta alla patologia di Alzheimer; Note e Notizie 29-11-25 Sox9
astrocitico è terapeutico della patologia di Alzheimer.
[8] Note e Notizie 25-06-22 La malattia di Alzheimer potrà essere trattata con
ERp57. Per lo studio su ERp57 si rinvia
alla lettura di questa nota, perché in questo testo non è stata ripresa la
recensione dello studio di Di Risola e colleghi del
giugno 2022.
[9] V. anche: Note e Notizie
07-10-22 Atlante a
singola cellula rivela dati per cognizione e Alzheimer.
[10] Note e Notizie 17-03-07 I
discendenti di Johann, paziente di Alzheimer. Dopo il caso celeberrimo di
Auguste D., Alzheimer pubblicò un secondo caso, quello di Johann F. in cui era
assente la degenerazione neurofibrillare (plaque only type); si veda la
nostra interessante recensione dello studio dei discendenti affetti da questa
forma ereditaria di malattia di Alzheimer.
[11]
Alzheimer A., Ueber eigenartige
Erkrankung der Hirnrinden, Allg. Ztschr. Für Psychiat. 1907.
[12]
Perusini G., Ueber klinisch und histologisch eigenartige psychische Erkrankungen des spateren Lebensalters, Hist.
und Histopathol. Arb. Nissl. 3: 297, 1910.
[13]
Cfr. Kraepelin E., Lehrbuch der
Psychiatrie, Barth, Leipzig 1912.
[14] Numerosi studi hanno fornito nel
frattempo (il testo monografico è del 2004) evidenze che indicano ruoli
fisiologici della βAPP; di questi studi si trovano recensioni nelle “Note
e Notizie” di questi anni.
[15] Su questa base si impiegano in
terapia gli inibitori di BACE (Beta-secretase cleaving enzyme).
[16] Perrella G., op. cit., idem.
[17] Note e Notizie 28-11-20 Nella
malattia di Alzheimer deregolazione di geni e isoforme.
[18] La prevalenza di 10.800 su
100.000 fra gli ultra ottantenni è stima ricorrente in vari studi condotti in
tutto il mondo.
[19] In rare forme familiari sono
stati descritti casi con esordio in età giovanile. Nei criteri diagnostici si
considera un’età sempre superiore ai 40 anni.
[20] L’Adams & Victor’s,
ossia l’attuale gold standard in neurologia clinica, ribadendo che è
superata la distinzione fra demenza senile e malattia di Alzheimer
(classificata in passato come demenza presenile perché la prima paziente
di Alois Alzheimer aveva solo 51 anni all’esordio, e perché fino a qualche
decennio fa si diagnosticavano come malattia di Alzheimer solo i casi a
insorgenza precoce) propone di considerare related
but separable le varie
forme eredofamiliari finora accertate e descritte (Adams & Victor’s
Principles of Neurology by Allan H. Ropper, Martin A. Samuels, Joshua
Klein, 10th edition, p. 1063, McGraw-Hill,
New York 2014). Non tutte le volte che si rileva un marcato declino cognitivo
in età avanzata, con punteggi dei test corrispondenti alle prestazioni dei
pazienti affetti dalla grave patologia neurodegenerativa, ci troviamo di fronte
alla malattia di Alzheimer: il trattamento cognitivo con CACR (sistema
computerizzato ideato dai coniugi Gianutsos con Luciano Lugeschi al Bellevue
Hospital), nuove versioni o sistemi equivalenti, determina miglioramento e
talvolta totale recupero nei casi non dovuti a neurodegenerazione
alzheimeriana; presentazioni cliniche indistinguibili da quella della malattia
di Alzheimer possono presentare la paralisi sopranucleare progressiva, la
malattia a corpi di Lewy, la degenerazione cortico-basale, la malattia di Pick
(ossia la degenerazione lobare fronto-temporale) e altre patologie
neurodegenerative non alzheimeriane.
[21]
Bateman R. J., et al. Clinical and biomarker changes in dominantly inherited
Alzheimer disease. New
England Journal of Medicine
367: 367, 2012.
[22] Il massimo studioso di questo
fattore di rischio è stato Allen Roses, ai cui studi si rimanda per la
dettagliata documentazione del percorso di ricerca che ha condotto alle
conoscenze attuali sul ruolo di Apo E ε4.
[23] Costituisce uno specifico
sottogruppo nella classificazione internazionale più spesso adottata.
[24] Note e Notizie 17-03-07 I
discendenti di Johann paziente di Alzheimer.
[25] Cfr. Note e Notizie 17-03-07
I discendenti di Johann paziente di Alzheimer.
[26] Si veda Note e Notizie
24-04-21 Metaboliti noti con ruoli causali nella malattia di Alzheimer.