Notule

 

 

(A cura di LORENZO L. BORGIA & ROBERTO COLONNA)

 

 

 

NOTE E NOTIZIE - Anno XXIII – 09 maggio 2026.

Testi pubblicati sul sito www.brainmindlife.org della Società Nazionale di Neuroscienze “Brain, Mind & Life - Italia” (BM&L-Italia). Oltre a notizie o commenti relativi a fatti ed eventi rilevanti per la Società, la sezione “note e notizie” presenta settimanalmente lavori neuroscientifici selezionati fra quelli pubblicati o in corso di pubblicazione sulle maggiori riviste e il cui argomento è oggetto di studio dei soci componenti lo staff dei recensori della Commissione Scientifica della Società.

 

 

[Tipologia del testo: BREVI INFORMAZIONI]

 

Epilessia: individuati i microcircuiti di origine delle scariche IED tra le crisi. Le scariche epilettiformi intercritiche (IED) sono raffiche patologiche di attività cerebrale tra due crisi epilettiche in pazienti affetti da neuropatologia comiziale. Nonostante l’importanza diagnostica, cognitiva e terapeutica di questo fenomeno, non si sa come le IED emergano dalle lamine corticali umane. Alexander B. Silva e colleghi, usando Neuropixels, hanno effettuato registrazioni dal tessuto epilettogeno di pazienti sottoposti a resezione chirurgica, campionando 1.152 neuroni durante 1.94 episodi IED in nove siti neocorticali.

I ricercatori hanno identificato microcircuiti per le IED organizzati per pattern di scarica, profondità neocorticale e tipo cellulare. Le cellule con attività elettrica regolare, concentrate nelle lamine corticali superficiali, avviavano e codificavano l’ampiezza delle scariche acute, e gli squilibri eccitatori-inibitori attraverso gli strati della neocorteccia precedevano la comparsa delle IED, consentendo di prevederle anche con 1000 millisecondi di anticipo. [Cfr. Nature Neuroscience – AOP doi: 10.1038/s41593-026-02258-4, 2026].

 

Amigdala basolaterale e nucleo accumbens sostengono lo sforzo cognitivo. L’aggregato nucleare dell’amigdala, importante nella mediazione della paura e di altre emozioni, e il nucleo accumbens, che con l’area tegmentale ventrale (VTA) costituisce il “core” del sistema a ricompensa cerebrale, non si limitano ad avviare l’attività dei circuiti per uno sforzo cognitivo, come è emerso da uno studio di neuroimmagine sul cervello umano condotto da Matthew L. Dixon e colleghi.

In particolare, l’amigdala basolaterale (BLA) e il nucleo accumbens (NAcc) contribuiscono nel sostegno allo sforzo cognitivo compiuto per un compito di working memory (WM). L’attività di BLA e NAcc consentiva di prevedere sia il grado di impegno delle regioni frontoparietali, sia il livello di prestazione che i volontari raggiungevano per ogni prova. [Cfr. PNAS USA – AOP doi: 10.1073/pnas.2601231123, 2026].

 

Scoperto un commutatore setto-entorinale per passare da una memoria nuova a una precedente. Le nuove esperienze integrano le informazioni che costituiscono la conoscenza pregressa, ovvero delle memorie organizzate nel sapere di ciascuno nei vari ambiti. Questa capacità di aggiornamento ha una straordinaria importanza evoluzionistica, perché è alla base della flessibilità adattativa di una specie. Ma, se il cervello di un mammifero ha l’esigenza di tornare alla memoria precedente l’aggiornamento, in genere può farlo senza alcun problema, in qualsiasi momento, senza errore. Come è possibile? In che modo il cervello organizza la rievocazione specifica di vecchie e nuove memorie associate allo stesso comportamento o a comportamenti simili?

Mujun Kim e colleghi hanno individuato nel topo un meccanismo di switch tra memorie episodiche, mediato da interneuroni inibitori GABAergici del setto mediale (MS), che proiettano alla corteccia entorinale mediale (MEC). Questo subset di neuroni è specificamente reclutato per la rievocazione dell’aggiornamento; se questi neuroni sono inattivati, si ritorna alla vecchia memoria, con uno switch anche nel pattern di attività delle popolazioni di neuroni in CA1 dell’ippocampo, che ritornano al pattern precedente l’aggiornamento. [Cfr. Nature Neuroscience – AOP doi: 10.1038/s41593-026-02280-6, 2026].

 

Disturbi dello spettro dell’autismo (ASD): valutazione congiunta di BDNF e ormoni HPA. Hursit Ferahkaya et al. hanno rilevato in bambini affetti da ASD di 18-72 mesi la riduzione del BDNF (brain derived nerve factor) periferico, con un livello corrispondente alla gravità dei sintomi e delle difficoltà di adattamento sociale, mentre altri fattori neurotrofici e gli ormoni dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene non differivano dai controlli. [Cfr. Journal of Autism and Developmental Disorders – AOP doi: 10.1007/s10803-026-07355-8, May 7, 2026].

 

Malattia di Parkinson: biosensori ottici con strategie fotoniche e nanomateriale. Divya Soni e Pooja Ratre della MATS University di Raipur (India) propongono nuove strategie per l’uso di biosensori ottici, che presentano eccezionale sensibilità, rapidi tempi di risposta e compatibilità con diversi biomarker di malattia di Parkinson. Tecnologie come la SPR (surface plasmon resonance), la SERS (surface-enhanced Raman spectroscopy) e i sensori basati su fibre ottiche offrono una straordinaria possibilità per la quantificazione in tempo reale delle proteoforme dell’α-sinucleina, dei mediatori infiammatori e degli acidi nucleici associati alla malattia di Parkinson. I limiti di queste tecnologie e i possibili rimedi sono discussi dai due autori dello studio. [Cfr. Mikrochimica Acta – AOP doi: 10.1007/s00604-026-08068-6, May 7, 2026].

 

Sclerosi Multipla: trapianto autologo di cellule staminali tra il 2007 e il 2025: risultati. Il trapianto autologo di cellule staminali ematopoietiche (aHSCT) rappresenta da vent’anni un’opzione di trattamento per le forme di sclerosi multipla altamente aggressive. Sono state fatte accurate valutazioni su 109 pazienti tedeschi, metà dei quali (50.5%) affetti dalla forma remittente-recidivante e gli altri con le forme primariamente e secondariamente progressive, operati tra il 2007 e il 2025. Felix Fischbach e colleghi concludono che il trapianto di aHSCT ha fornito una stabilità senza evidenze di attività della malattia agli affetti dalla forma remittente-recidivante e un potenziale beneficio nelle forme progressive. [Cfr. J Neurol Neurosurg Psychiatry – AOP doi: 10.1136/jnnp-2025-338129, May 6, 2026].

 

Come si spiega nel marmoset che non parla un fascicolo arcuato simil-umano? L’evoluzione dell’abilità unicamente umana del linguaggio verbale si studia soprattutto mediante l’anatomia comparata delle vie che consentono recezione ed esecuzione comunicativa. Esiste un generale rapporto proporzionale tra la dimensione delle strutture encefaliche mediatrici dei processi neuropsichici e il livello di sviluppo delle singole abilità. Il macaco, ad esempio, pur essendo un primate vicino alla nostra specie per base neurocognitiva, presenta formazioni neuroanatomiche per il linguaggio, incluso il fascicolo arcuato, di gran lunga meno sviluppate se non ipotrofiche.

Yufan Wang e colleghi hanno trovato nel marmoset, una piccolissima e graziosa scimmia platirrina del Nuovo Mondo di gran lunga meno evoluta del macaco, e il cui progenitore ancestrale si è separato dal progenitore dei primati antropomorfi circa 35 milioni di anni fa, un fascicolo arcuato simile a quello umano.

Questo reperto indica che la connettività frontale della via dorsale audio-motoria non è strettamente determinata dalla prossimità filogenetica, ma può essere fortemente influenzata da pressioni selettive legate a una complessa comunicazione vocale. In realtà, nel marmoset i vocalizzi comunicativi hanno una grandissima importanza nell’interazione delle diadi e nel comportamento sociale. [Cfr. PNAS USA – AOP doi: 10.1073/pnas.2600429123, 2026].

 

Il pesciolino “non-pesce” che può rigenerare parti del cervello è a rischio e deve essere protetto. Per il suo faccino sorridente, per l’aspetto gradevole e da eterno fanciullino acquatico, l’assolotto o axolotl è stato eletto “pet dell’anno”; soprattutto grazie alle fotografie di National Geographic Kids diffuse sul web è diventato un virtuale animaletto da compagnia per milioni di bambini nel mondo. In realtà, l’Ambystoma mexicanum è una salamandra acquatica pedomorfica originaria di Città del Messico, che si trova quasi esclusivamente nei laghi Xochimilco e Chalco; è un anfibio caratterizzato da neotenia, ossia dalla conservazione di tratti tipici dello stadio larvale-giovanile, e si presenta in varietà caratterizzate da differenti tratti morfologici e un’ampia gamma di colorazioni, che vanno dal bianco rosaceo al nerastro. Alcune varietà si evolvono, crescendo, e perdono l’aspetto gradevole diventando delle salamandre bruttine: questa è la ragione per cui si trovano immagini dell’axolotl molto diverse da quelle del pesciolino-pupazzetto[1] che ha conquistato i bambini.

L’interesse neuroscientifico per questa specie è dovuto alla sua capacità di rigenerazione naturale: rigenera, senza formazione di cicatrice nel punto di lesione, gli arti, organi interni come il polmone, il timo, il tessuto miocardico e, soprattutto, il midollo spinale e parti del cervello. Scoprire le vie molecolari che temporaneamente riportano alla capacità mitotica e di differenziazione dei precursori neuronici, che una volta completato il programma di rigenerazione ritornano nella fase quiescente (G0) del ciclo cellulare, potrebbe aprire una nuova e straordinaria via terapeutica in neurologia.

Per la rigenerazione del timo da parte degli axolotl lo scorso dicembre è stato identificato il primum movens nella segnalazione di mediochine, mentre FOXN1, così importante per l’organogenesi timica, non sembra prendere parte [cfr. Science Immunology 10 (114): eadw9903, Dec. 5, 2025].

L’Ambystoma mexicanum è considerato una specie allo stato critico per la minaccia di estinzione, ma per riuscire a proteggerla sarebbe necessario innanzitutto sapere qualcosa di più circa le ragioni del rischio, visto che si riproduce bene in cattività e in alcuni paesi, come l’Inghilterra, è diffusissima negli acquari di casa. La polpa è considerata una squisitezza dai Messicani, e questo spiega ciò che accadde nel 2014: un’indagine scientifica, non avendo più reperito esemplari nei laghi, aveva attribuito la scomparsa all’inquinamento, ma ricercatori locali si accorsero che cassette di axolotl erano esposte in vendita dai pescivendoli dei paraggi: i pescatori sapevano dove trovarli e, sebbene già da molti anni ne fosse proibita la pesca, si recavano in quelle zone del lago sconosciute ai ricercatori. Non si spiegava, infatti, perché le carpe che si nutrono di uova e larve di axolotl prosperavano, mentre le salamandre pescioline non si trovavano più. La pesca di frodo è dunque da colpire, magari con sanzioni anche per i rivenditori, oltre che per i pescatori colti in flagrante.

Lo studio dei meccanismi che portano alla rigenerazione di parti del cervello è solo all’inizio. Xiaoyu Wei e colleghi nel 2022 hanno forse ottenuto il primo risultato di un certo rilievo, identificando nel sito della lesione un blocco di cellule ependimali indotte dal danno come popolazione cellulare progenitrice dei neuroni perduti, attraverso uno stato di transizione cellulare che assomiglia alla neurogenesi in corso di sviluppo [cfr. Science 377 (6610): eabp9444, Sep. 2, 2022].

Ma è ancora lunga la via da percorrere per scoprire gli interruttori di regolazione, che possono riattivare una parte discreta e specifica del programma di sviluppo e arrestarla quando la ricostituzione è cessata. Intanto, bisogna smettere di mangiarli! [BM&L-International, May 2026].

 

Un orango attraversa un ponte sospeso di funi compiendo un’impresa evitata dai suoi simili. Videoregistrato per la prima volta dalla Sumatran Orangutan Society, un orango che attraversa nella foresta un ponte sospeso fatto di funi, tipo “ponte tibetano”, realizzato due anni fa allo scopo di consentire un passaggio diversamente impossibile per queste antropomorfe e necessario ad evitare il rischio di estinzione. Il mancato uso da parte dei primati aveva indotto gli studiosi a ipotizzare una loro impossibilità o inabilità a tentare l’impresa. Il video, diffuso da NBC News, mostra un orango che, sostenendosi con le braccia alzate al cavo superiore, alterna le mani che afferrano il cavo, procedendo con i piedi prensili che stringono le corde intrecciate su cui cammina, con sicurezza, come se fosse stato addestrato. Ad un tratto si ferma, si guarda intorno, poi riprende, aggirando con agilità le corde verticali di sostegno. È evidente che i suoi pattern psicomotori, necessari a passare da un albero all’altro in sospensione tra i rami, hanno richiesto un adattamento minimo per compiere quella che, per le persone che vanno a fare l’esperienza dei “campi di sopravvivenza”, è un’autentica impresa di coraggio, forza ed equilibrio. [Fonte: Sumatran Orangutan Society, Indonesia, May 2026].

 

Storia della scoperta della trasmissione sinaptica. Seconda Parte - Il grande scontro tra sostenitori della dottrina del neurone e fautori della teoria reticolare del cervello. A questo punto si poteva contare su due elementi di certezza non più messi in dubbio da alcun ricercatore: l’impulso nervoso doveva essere un fenomeno bioelettrico e la sua trasformazione in forza contrattile del muscolo richiedeva uno specifico processo di trasmissione mediato dalla giunzione neuromuscolare descritta indipendentemente da Willy Kühne e Wilhelm Krause.

Per capire come si è progressivamente sviluppato il sapere che ha consentito i progressi sperimentali, è opportuno chiedersi come mai la scoperta della struttura microscopica della giunzione neuromuscolare da parte di Kühne (1862) e Krause (1863) sia stata quasi ignorata fino agli esperimenti di Claude Bernard del 1878. In questa fase degli studi, la descrizione morfologica della struttura specializzata che consente al terminale nervoso di veicolare l’impulso al miocita era senz’altro la novità più importante, in quanto forniva gli elementi strutturali su cui fondare le ipotesi fisiologiche circa il modo in cui l’energia nervosa potesse eccitare la contrazione della fibrocellula. La ragione dei quindici anni di indifferenza della comunità medico-scientifica è tutta nella fama e nel prestigio personale dei ricercatori, che richiamava ai congressi internazionali e ai convegni più importanti l’attenzione e l’interesse dei colleghi.

Ad Heidelberg, quel genio poliedrico che rispondeva al nome di Hermann Ludwig Ferdinand von Helmholtz, medico, fisiologo e fisico inventore dell’oftalmoscopio, aveva lasciato la sua cattedra a Wilhelm Friedrich Kühne, inizialmente considerato un fisiologo molto ordinario privo dei lampi di genio del suo predecessore e quasi indegno di succedergli, ma a torto. La sua personalità più riservata e schiva, e il trascorrere intere giornate in laboratorio rapportando i suoi studi di chimica fisiologica agli elementi di morfologia microscopica, gli avevano impedito di avere la vita sociale e la popolarità di von Helmholtz. Ma le sue capacità di scienziato erano di massimo livello. Kühne, l’anno dopo aver descritto la giunzione neuromuscolare, estrasse una proteina viscosa dal muscolo, che chiamò miosina, e due anni prima degli esperimenti decisivi di Claude Bernard che dimostrarono la trasmissione dell’impulso dal nervo al muscolo, aveva scoperto la tripsina.

Ancor più che per Kühne, vale per l’anatomista Wilhelm Krause che la mancanza di popolarità per una limitatissima vita sociale gli abbia precluso per anni il riconoscimento da parte della comunità scientifica dell’autorevolezza che pur possedeva. Krause aveva scoperto il tratto solitario del bulbo, dai suoi allievi denominato “fascio respiratorio di Krause”, i meccanorecettori, noti come “corpuscoli di Krause”, altri corpuscoli recettoriali, detti “clave di Krause”, e, a proposito del muscolo, è stato lui il primo a descrivere le bande isotropiche del muscolo striato, costituite da dischi di sarcoplasma.

Gli esperimenti di Claude Bernard del 1878 portano finalmente all’attenzione della comunità medico-scientifica la giunzione neuromuscolare descritta da Kühne e Krause. I contatti tra Kühne e Claude Bernard ebbero probabilmente un peso rilevante: il fisiologo tedesco ricordò al popolarissimo professore francese di essere stato a Parigi a seguire le sue lezioni, e questi gli rese pubblicamente merito attraendo l’attenzione della comunità scientifica sulla giunzione neuromuscolare, sulla miosina e sulla tripsina. Forse sostenuto da questo successo, Kühne in quello stesso anno conia e lancia la parola “enzima”, per definire una proteina capace di digerire altre proteine, come la tripsina, o in grado di svolgere altre funzioni, che oggi facciamo rientrare tutte nel concetto di “catalisi biologica”.

La descrizione della giunzione neuromuscolare aveva un’importanza cruciale per il pensiero biologico dell’epoca, perché mostrava l’assoluta separazione tra nervo e muscolo e appariva come un’ulteriore conferma della teoria cellulare che, non solo sosteneva che tutti i tessuti sono costituiti da cellule, ma anche che non esistono processi fisiologici di comunicazione o scambio all’interno di un organo o di un tessuto che avvengano rompendo o interrompendo la struttura cellulata. Qualcuno, infatti, aveva sostenuto che la propagazione dell’impulso potesse avvenire grazie alla continuità protoplasmatica tra nervo e muscolo. Ora si sapeva che le “correnti di azione” erano corrente elettrica biologica e che esisteva una struttura specializzata di contatto per la trasmissione tra due cellule separate: una nervosa e una muscolare.

A quel tempo si era lontani dall’immaginare che un composto chimico potesse fungere da trasmettitore di una corrente elettrica; pertanto, il dibattito tra opposti sostenitori della trasmissione elettrica e della trasmissione chimica si ritenne concluso a favore dei primi.

La svolta decisiva per la comprensione del fenomeno fisico della propagazione dell’impulso nervoso si ebbe con gli studi di Emil du Bois-Reymond, considerato il fondatore della moderna elettrofisiologia. Nato a Berlino, da padre immigrato dalla Svizzera francese (Neuchâtel) e madre di origini ugonotte, studiò presso il Collegio di Francia della sua città, e poi attese a studi di fisiologia all’Università di Berlino con Johannes Peter Muller che, donandogli una copia del saggio sui fenomeni elettrici negli animali del fisico e fisiologo italiano Carlo Matteucci[2], determinò la direzione dei suoi studi.

Emil du Bois-Reymond scoprì il potenziale a riposo, che determinò misurando il potenziale di demarcazione, e il potenziale d’azione, indicandone l’origine nel flusso di corrente trasmesso lungo l’assone. È molto importante notare che, un anno prima della dimostrazione della trasmissione dell’impulso dal nervo al muscolo da parte di Claude Bernard, du Bois-Reymond aveva già una visione completa di tutto il fenomeno della neurotrasmissione: nel suo saggio in due volumi sulla fisiologia dei nervi e dei muscoli (1877), dopo aver dettagliato tutti i fenomeni elettrici, propose due problemi sollevati dall’ipotesi della neurotrasmissione elettrica nella connessione neuro-muscolare: 1) un flusso di corrente che si propaga lungo un terminale nervoso non può circoscriversi alle fibrocellule muscolari direttamente innervate da quell’assone, e quindi dovrebbe attivare anche i miociti adiacenti, ma questo non si verifica; 2) nel caso di una piccola corrente, i suoi effetti catodici (eccitatori) sarebbero probabilmente bilanciati dalla genesi, nelle immediate vicinanze, di una corrente anodica (inibitoria), ma anche questo in realtà non accade.

In altri termini, Emil du Bois-Reymond diceva: se la trasmissione fosse un fenomeno esclusivamente elettrico, vi sarebbero questi due problemi, ma poiché non accade che si abbia un’eccitazione al di fuori delle cellule muscolari innervate né si verificano compensazioni anodiche, allora è necessario fare nuove ipotesi da sottoporre a vaglio sperimentale. Ed è lui stesso, con queste parole, ad avanzare l’ipotesi di un neurotrasmettitore: “… un sottile strato di ammoniaca, acido lattico o qualche altra potente sostanza stimolatrice”[3].

Dunque, per la giunzione neuromuscolare si era già prossimi a compiere i passi decisivi che avrebbero portato a conoscerne la fisiologia, ma non si può dire altrettanto per le giunzioni tra cellule nervose; in particolare, per quelle del cervello. Infatti, la maggioranza degli anatomisti e dei fisiologi non credeva che il cervello fosse costituito da unità cellulari delimitate da membrana, come un organo qualsiasi, ma supponeva che la complessa massa di materia grigia e sostanza bianca dell’encefalo fosse come una fittissima rete tridimensionale internamente continua. All’interno di questa maggioranza di studiosi, le concezioni e i modelli ipotetici di organizzazione microscopica dell’encefalo erano differenti, ma tutti erano concordi nel contrastare con apodittiche certezze le argomentazioni della minoranza cellularista che, pur senza avere la certezza della prova visiva per la quale si dovrà attendere il microscopio elettronico, affermava che i neuroni, pur con intricati alberi dendritici e assoni lunghissimi terminanti con una finissima telodendria, erano sempre delimitati da una membrana in grado di preservare un ambiente interno con caratteristiche fisico-chimiche diverse da quelle dell’ambiente extracellulare.

La contrapposizione tra le due fazioni, pur con alterne vicende e progressiva inversione delle proporzioni, è andata avanti per mezzo secolo, dal 1870 al 1920, costituendo la più grande controversia nelle scienze biomediche contemporanee.

Se si conoscono i termini del dibattito filosofico, ideologico e religioso sui grandi temi dell’esperienza umana in atto in quegli anni, non si stenta a riconoscere la possibilità che, fra gli oltranzisti più irriducibili delle due sponde, vi dovevano essere coloro che, più o meno inconsapevolmente, difendevano l’idea di una “materia della mente” diversa da quella del corpo, e coloro che, più o meno coscientemente, tendevano a privare di ogni attributo sospetto di non essere strettamente biologico la materia alla base della mente umana. Un po’ come è accaduto nel più recente dibattito tra olisti e riduzionisti.

Colpisce, nella lettura dei saggi dell’epoca, che più di quarant’anni dopo la formulazione e l’universale accettazione della teoria cellulare avanzata da Schleiden e Schwann si dibattesse sulla possibilità di applicarla al sistema nervoso. Ma è opportuno ricordare l’impatto che aveva avuto nel 1872 la pubblicazione degli studi di Gerlach: in sezioni microscopiche di corteccia cerebrale, cervelletto e midollo spinale colorate con carminio e oro clorato, si vedevano finissime e fittissime reti di fibre, che tutto parevano tranne cellule delimitate da una membrana. Gerlach interpretò quelle immagini come la prova dell’esistenza di miriadi di anastomosi tra fibre di unità differenti.

Si cominciò a parlare di reticolo nervoso. Intanto, tutti quelli che erano accomunati dall’idea che il cervello fosse un gigantesco sincizio di unità microscopiche con continuità protoplasmatica, furono definiti “reticolaristi”, in quanto sostenitori della teoria reticolare, mentre tutti quelli che, sfidando l’evidenza istologica, continuavano a sostenere che tutto il sistema nervoso centrale fosse costituito da cellule, furono considerati sostenitori della dottrina del neurone.

Anche se Waldeyer è indicato da molti storici della medicina come colui che ha formulato la dottrina o teoria del neurone, le cose in realtà andarono come ha poi raccontato Santiago Ramon y Cajal: “Sebbene Waldeyer abbia supportato la teoria col prestigio della sua autorità, non ha fornito neanche una singola osservazione personale. Egli si è limitato ad una breve esposizione brillante delle prove oggettive, addotte da His, Kölliker, Retzius, van Gehuchten e da me, e lui ha inventato il fortunato termine neurone.” (Cajal, 1934)[4].

Questo elenco, cui dobbiamo aggiungere August Forel, ci rende l’idea di quanti autorevolissimi scienziati fossero persuasi della costituzione cellulare del sistema nervoso centrale, ma il più grande fra loro era reticolarista: Camillo Golgi.

Bartolomeo Camillo Emilio Golgi, laureato in Medicina e Chirurgia con una tesi sull’eziologia delle malattie mentali, diviene allievo di Giulio Bizzozero – tra i fondatori dell’Istologia e autore della classificazione dei tessuti in labili, stabili e perenni – che lo aiuta ad avviare sue indagini microscopiche al livello cellulare. Descrive terminazioni nervose che prenderanno il nome di corpuscoli di Golgi, scopre un apparato di organuli a forma di cisterne collegate fra loro come un piccolo reticolo, presente in tutte le cellule, cui dà il nome di apparato reticolare interno, ma che subito gli altri ricercatori in tutto il mondo chiamano apparato di Golgi o complesso di Golgi; infine, dopo tanti tentativi infruttuosi, combinando acido osmico, bicromato di potassio e nitrato d’argento, realizza il metodo che determina, grazie alla deposizione di argento metallico sulla superficie neuronica, la “reazione nera” che colora rivelando quasi per magia la forma sconosciuta delle cellule nervose.

Il metodo di Golgi viene presto adottato in tutto il mondo e, più di ogni altro, lo impiega Santiago Ramon y Cajal per la sua monumentale opera includente il disegno a china dall’immagine microscopica di tutte le cellule nervose e i circuiti visualizzati col metodo di Golgi: Textura del sistema nervioso del hombre y de los vertebrados (1904). Tutta la ricerca sul sistema nervoso di Cajal è realizzata grazie al metodo di Golgi: riceveranno insieme nel 1906 il Premio Nobel per la Medicina o la Fisiologia, ma proprio in quella sede ribadiranno le loro inconciliabili posizioni, Cajal convinto della separazione tra neuroni del cervello come tra fibra nervosa e fibrocellula muscolare, e Golgi sicuro della continuità protoplasmatica fra neuroni cerebrali.

Ma, negli anni immediatamente precedenti, vi era stato un importante evento che ebbe un ruolo di fondamentale importanza per la scoperta delle sinapsi.

 

[continua]

 

 

Notule

BM&L-09 maggio 2026

www.brainmindlife.org

 

 

 

________________________________________________________________________________

 

La Società Nazionale di Neuroscienze BM&L-Italia, affiliata alla International Society of Neuroscience, è registrata presso l’Agenzia delle Entrate di Firenze, Ufficio Firenze 1, in data 16 gennaio 2003 con codice fiscale 94098840484, come organizzazione scientifica e culturale non-profit.

 

 

 

 



[1] Su Facebook e altri social media degli ignoranti con molto seguito hanno diffuso e stanno diffondendo l’idea assolutamente erronea, ma spacciata per giusta e certa, che le immagini di assolotti rosei dal bel faccino siano dei fake.

[2] Carlo Matteucci, laureato in matematica all’Università di Bologna, presso il Politecnico di Parigi acquisisce interesse per la fisica e la fisica-chimica e, tornato in Italia a Forlì, avvia le sue indagini sull’elettricità animale e studia fisiologia. Cercando le leggi dell’elettrolisi, colpì molto lo scienziato inglese Michael Faraday, al punto da indurlo a studiare l’italiano per corrispondere con lui.

[3] Emil du Bois-Reymond, Vol. II, p.700, 1877, cit. in H. W. Davenport, Early history of the concept of chemical transmission of the nerve impulse. Physiologist 34: 129-142, 1991.

[4] Cajal, Neuronismo o Reticularismo? (1934) ripreso qui dalla traduzione in inglese del 1954 citata da Cowan e Kandel in Synapses (Cowan, Südhof, Stevens, eds), p. 7, Johns Hopkins University Press, Baltimore, Maryland 2003.